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Tenera è la morte

Un bagno di emozioni ieri, facendo il mio ingresso al cimitero monumentale di Milano, nel cuore della città. 
Un  Famelio, un tempio della Fama, dimora eterna per grandi  personalità che diedero e che, tutt'ora,  hanno dato lustro alla città di Milano, progettato dall' architetto Carlo Maciachini ed inaugurato nel 1866.
Dopo una scalinata imponente, attraverso uno stretto  corridoio,  si arriva nel salone dei Grandi.
Davanti al sepolcro di Manzoni il respiro si spezza, proprio qui riposa il massimo scrittore italiano, colui che con  un solo aggettivo evoca un mondo intero. E le ultime strofe del "5 maggio" sembrano ora, essere state scritte per lui:
" Chiniam la fronte al massimo fattore che volle in lui del creator suo spirito più vasta orma stampar".
Procediamo verso il giardino che ospita la cappella di uno dei più grandi architetti del ventennio fascista:  Mario Palanti, secondo cui "compito dell' arte è fare del cemento una preghiera."
Ed egli stesso fece erigere questa costruzione  nello stesso stile dei tanti edifici che Mussolini volle che sorgessero nel periodo fascista.
Autore di un progetto  ambiziosissimo: " La Mole Littoria" il grattacielo più alto  dell' epoca,  sulla carta più  di 300 metri, che, però, non vide mai la luce.
Ma l' emozione che ho provato davanti a questa cappella dalle linee pulite e definite è di altra natura.
 La cappella Palanti  ha dato  ospitalità a quei grandi milanesi morti in disgrazia, che non avrebbero mai potuto ottenere  una degna sepoltura.
 Sulla lapide che vede incisi i nomi di questi ospiti, mi soffermo su uno in particolare: Walter Annichiarico.
 Si, proprio lui, Walter Chiari,  uno dei nostri più geniali interpreti del teatro e del cinema , oggi sconosciuto ai giovani, ma dai giovani  amatissimo negli anni '60. 
La tipica adorabile canaglia, elegante  ed irresistibile, amato  dalle donne più belle dell' epoca, morto solo ed in povertà assoluta,  in una fredda ed angusta stanzetta del Niguarda, vita e fama stravolte da vicende giudiziarie legate al consumo di droga.
"Non piangete per me, è tutto sonno arretrato",  questo il simpatico  epitaffio che si legge sulla sua tomba.
Proseguendo lungo viali alberati, delimitati da tigli avvolgenti,  che danno un senso della pace eterna cui tutti dovremmo agognare e non temere, ci fermiamo dinanzi ad un sepolcro di una bellezza struggente. 
Una giovane donna, Isabella, giace per sempre con le spalle adagiate sui cuscini del suo giaciglio di morte.
Sposa del barone Braschi, a 24 anni morì dando alla luce il suo primo bambino.
Non posso non riandare  col pensiero a Zia Anna, sulla cui lapide mamma fece incidere queste parole:
"Dicesti addio alla vita quand' essa ancor ti sorrideva per darla, in cambio della tua, al piccolo".
Furono anni terribili, io avevo cinque anni, mamma si chiuse in una nuvola nera che la isolò dal mondo.
Ma anche quella nuvola fu lentamente dissipata dalla luce, la nostra vita tornò a risplendere.
Manzoni avrebbe concluso così:
" ...non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande".

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