Mi togli il respiro

La strage di Capodanno a Crans- Montana  mi ha fatto rivivere le ore disperate di dieci anni fa.
Era un venerdì sera del 13  Novembre del 2015, mi stavo preparando per una cena con i miei compagni di liceo, con i quali ci eravamo da poco ritrovati.
Squilla il telefono: mio figlio Gianmarco.
In quel periodo era in Francia per un Erasmus, nella cittadina di Creteil, dove divideva un appartamento con una ragazza francese della zona della Champagne .
Mi dice che è  diretto a Parigi, in un teatro del centro per uno spettacolo.
Non mi dice né quale spettacolo, né quale teatro, né quale arrondissement.
 Va da solo, al termine del concerto si ritroverà con degli amici.
Buona serata, ci auguriamo vicendevolmente.
Esco.
Raggiungo il gruppo in una pizzeria della zona industriale.
Durante la cena, la mia compagna di banco, ora vicina di posto che non ha fatto che spippolare sul cellulare tutta la sera, lancia un grido d' allarme:
"Guarda che sta succedendo a Parigi: un attentato allo stadio".
Tiro un sospiro di sollievo: Gimmi è in un teatro.
"No, aspetta", mi fa Stefania, "stanno sparando anche al Bataclan".
Ingoio una pietra che mi blocca il respiro .
Potrebbe essere il teatro dove é mio figlio.
Afferro il telefono e compongo il suo numero: nessun segnale. 
 Vado in apnea .
Mando messaggi a raffica.
Nessuna spunta.
I miei amici che dapprima ci scherzavano su: "ma dai Parigi è così grande" ora cominciano ad innervosirsi . 
Mi chiama mio fratello: "Dov' é  Gianmarco? ", con quel tono di finta calma che assume quando é preoccupato.
"Non so", gli dico, "sto cercando di contattarlo".
Subito dopo,  la  chiamata di mia sorella: "no, non so dove sia Gimmy", le rispondo.
Apro la rubrica con le mani che mi tremano, come cazzo si chiama la francese che abita con Gianmarco? Scorro tutti i numeri: eccola é lei.ml Invio la chiamata, all' altro capo un filino di voce. 
Con il mio inglese incerto le chiedo di mio figlio.
 Mi risponde che lei é a casa e che non riesce a contattarlo. 
Ha già chiamato tutti i comuni amici, ma nessuno lo ha visto.
"Sono molto preoccupata", mi dice.
Qui muoio. 
Torniamo a casa come due disperati.
Le notizie da Parigi sono sempre più allarmanti: si spara in vari punti della città, le autorità locali hanno imposto il coprifuoco: tutti dentro casa.
Per la prima volta vedo
 mio marito preoccupato, il viso come un cencio. 
Non sappiamo cosa fare. 
Cerco il numero della Farnesina, qualcosa sapranno dirmela loro.
É l' una  di notte.
Squilla il telefono.
É lui.
"Mamma sono uscito dal teatro, ma Parigi è un deserto, la metro é chiusa e non trovo un taxi per tornare a casa a Creteil e mi si sta scaricando il telefono."
Cade la linea.
Una nuova ondata di terrore.
 Mio figlio solo nella notte a Parigi, con i terroristi armati di kalashnikov che ancora girano per le strade.
Con la polizia a caccia dei terroristi.
Il primo  fra i due che avvista mio figlio gli spara addosso.
Il mio cuore ha smesso di battere.
Minuti, ore interminabili.
Quanto tempo é passato?
Di nuovo il telefono.
É lui.
Mi dice che un  tassista,  a titolo gratuito, l' ha raccolto per strada e l'  ha accompagnato a casa di un amico a Montreuil.
Federico era barricato in casa, morto di paura,  con altri due amici.
Non aprivano a nessuno.
Gianmarco ha dovuto chiamarlo dalla strada per farsi aprire.
É finita.
La notte più lunga della mia vita.
Il giorno dopo, proprio sotto casa di Federico, la polizia ritrova la Seat nera usata dai terroristi.
Ci sono molti modi per morire, un genitore li conosce tutti.
                            Luigia Sisella Coppola









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